VAJONT: topografie 2015-2020-2022
Nel tempo mi sono spesso fermata a fotografare i territori legati alla tragedia del Vajont raccogliendo una serie di fotografie dal taglio "topografico" che, privo di retorica, osserva i territori del disastro, la loro evoluzione nel tempo, le ricostruzioni urbane ed edilizie e le trasformazioni che risentono fortemente dello spaventoso evento e del suo epilogo, investigando il territorio e cercando di cogliere alcune particolarità in cui la catastrofe ha alterato ogni equilibrio.
Un territorio, d'altro canto, ampiamente fotografato fino a sfiorare il banale, il "già visto", il ripetuto infinite volte, quasi come rito catartico e di memoria che, comunque, nella memoria non finirà mai di impressionare e, proprio per questo motivo, un soggetto molto difficile da interpretare.
La prima indagine fotografica è stata compiuta durante il workshop multidisciplinare a cui ho partecipato nel novembre 2015 a Cimolais (PN), nella sede del Parco delle Dolomiti Friulane e che ha lasciato un forte segno. Organizzato dalla piattaforma CALAMITA/À, a cura di Gianpaolo Arena e Marina Caneve, si svolse in tre giorni intensi di seminari specifici, dibattiti e sopralluoghi in cui arte, sociologia, urbanistica e fotografia concorsero alla definizione dell’identità del territorio con un approccio multidisciplinare aperto.
Successivamente sono tornata in quei luoghi per altre occasioni che si sono rivelate preziose per approfondire ulteriormente le tematiche delle trasformazioni territoriali traumatiche e che riassumo in questo reportage formato da 4 gallerie tematiche.
Alcune di queste fotografie sono state selezionate per la pubblicazione del volume e per la mostra forografica VAJONT PHOTO DAYS, 1963-2023, un progetto multidisciplinare per ricordare la tragedia del Vajont attraverso il dialogo tra fotografia, memoria storica, divulgazione e valorizzazione del territorio, promosso dall'associazione Exhibit Around di Trieste e realizzato con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia – “Io Sono FVG” e le Partnership con CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, DEAMS – Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “B. de Finetti” dell’Università degli Studi di Trieste, Ente Parco Naturale Dolomiti Friulane e Circolo Fotografico La Gondola di Venezia con la collaborazione del Professor Giovanni Fraziano, Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana, Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi di Trieste, Comune di Vajont, ProLoco Vajont APS, Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia, Stazione Rogers.
MOSTRA FOTOGRAFICA: settembre 2023 presso Aeroporto di Trieste:
Vajont Photo Days 1963 – 2023: presentazione del progetto e mostra fotografica
Il VOLUME è stato prsentato alla X edizione del festival internazionale di fotografia Trieste Photo Days 2023, il 27-28-29 ottobre 2023:
Vajont Photo Days: 1963 – 2023: autori selezionati e volume fotografico
testo/text: Stefania Giacomin©
VAJONT: TOPOGRAPHY -
english text as soon
GALLERIE/GALLERIES
LONGARONE, PIRAGO, ERTO, CASSO, CASTELLAVAZZO
La sequenza è una selezione di immagini che focalizzano sull'edificato dei paesi nei suoi vari aspetti: permanenze e invarianze, abbandoni, il rapporto con il nuovo della ricostruzione, criticità, mutazioni e invarianze, elementi delle memoria.
MATERIA
La materia ha una massa, occupa un volume ed è dotata di inerzia. E' la sostanza chimico-fisica di cui è composta ogni cosa, ovvero gli oggetti sensibili. La materia può assumere forma nello spazio e può anche mutarla, qualora sottoposta ad una sollecitazione.
La materia ha quindi originariamente forma naturale e può subire trasformazioni che, se operate dall'uomo, sono antropizzazioni, solitamente lavorazioni finalizzate ad un vantaggio personale. Il calcestruzzo con cui è stata realizzata la diga del Vajont è, quindi, materia antropizzata, mentre la porzione del Monte Toc che franò è materia naturale che mutò forma a seguito di sollecitazioni. Sulla materia è possibile leggere la storia di un luogo.
"PROMENADE ARCHITECTURALE" - CHIESA MONUMENTALE DI LONGARONE
Dedicata alle Vittime del Vajont e costruita sopra le macerie della chiesa distrutta dal disastro, l'attuale chiesa di Santa Maria Immacolata di Longarone è il simbolo della nuova Longarone in quanto rappresenta la travagliata rinascita della comunità.
La sua storia è atrettanto travagliata. Consacrata il 9 ottobre 1983, esattamente vent'anni dopo il disastro, il suo concepimento è iniziato nel 1965, quando l'allora Ministero dei Lavori Pubblici incarica la ricostruzione di tutti gli edifici pubblici all’Istituto per lo Sviluppo dell’Edilizia Sociale (ISES), inclusa la chiesa che, dal 1963, era stata riorganizzata in un manufatto prefabbricato provvisorio. Nel 1965 l'ISES affida l'incarico all'architetto Givanni Michelucci i cui primi disegni esecutivi del 1967 subiranno successive modifiche e varianti nel decennio degli anni 70, fino ad una prima apertura funzionale nel 1981, ancora incompiuta, e alla consacrazione nel 1983.
Concepita con linguaggio brutalista in calcestruzzo armato a vista, i segni delle casseforme in legno ordiscono trame superficiali geometricamente organizzate che conferiscno un'estetica decorativa e scultoriea dovuta alla pianta circolare e alle forme sinuose. L'idea dell'impianto architettonico di Michelucci si fonda sull'itinerario ascensionale della “salita al Golgota” come simbolo religioso che, architettonicamente, si sviluppa con una promenade architecturale in un percorso esterno all'aperto. a spirale ascendente, fino ad aprirsi sull'anfiteatro in copertura, instaurando un sapiente rapporto con il paesaggio esterno. E' proprio sul rapporto fra l'architettura della chiesa monumentale e il paesaggio circostante e prospiciente la diga che si focalizza questa breve sequenza forografica.
A RITROSO
La breve sequenza fotografica è una linea ideale spazio-temporale sottesa tra Longarone e la diga Vajont. E' la traiettoria inversa del disastro del 1963 che connette, a ritroso, i due luoghi nella loro attualità: la Longarone odierna, quella ricostruita diversa da com'era, quella delle sperimentazioni del PUC (Piano Urbanistico Comprensoriale) di Samonà e colleghi della scuola di Venezia e delle sue vicende, nato utopisticamente dalla tabula rasa, e, attraverso la forra del torrente Vajont, la diga con i segni della catastrofe: due luoghi antropizzati e le loro conseguenze, due utopie fallite prima della loro realizzazione.











































